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La bolgia delle streghe

Se segui l’autostrada A4 da Verona a Padova non puoi, nei pressi di Vicenza, non accorgerti che esiste uno svincolo per l’autostrada “Valdastico”. L’A31. Fino a qualche mese fa c’era solo il ramo Nord, hanno sviluppato da poco anche il ramo sud. L’autostrada Valdastico, nell’immaginario collettivo locale restera’ sempre quella del ramo Nord, per molti “l’autostrada inutile”. Si narra da sempre fosse stata costruita negli anni ’70 per desiderio di Mariano Rumor che aveva una casa ad Asiago. Certamente la presenza di questa autostrada ne avrebbe facilitato di molto il traffico per Asiago, praticamente finisce proprio sotto il costo di Asiago, esci dal casello, due rotatorie, un ponte e poi sei gia’ sulla strada che si arrampica per arrivare al costo, praticamente dopo mezz’ora dalla sfacchinata comoda -a 140 km orari dell’autostrada- sei gia’ in centro ad Asiago.
Se la storia e’ vera non era mica scemo ‘sto Rumor.

La strada in effetti non ha senso, ne avrebbe se allungasse i suoi gia’ 30km lungo la valle dell’Astico e uscisse ad agganciare l’A22, tra Trento e Rovereto. Aldila’ dell’impatto ambientale ne guadagnerebbe il viaggiatore che viene da Venezia e vuole raggiungere il Brennero, non dovrebbe fare il giro per Verona e punterebbe il muso a Nord molto prima.
L’Astico e’ un fiume, forse tra Brenta e Piave e’ il meno conosciuto dei fiumi veneti prealpini, taglia la valle a cui da’ il nome, Valle D’Astico. Se si guarda la cartina pare deviare il suo cammino proprio quando incontra l’autostrada, come quasi a volerla non incontrare.
La valle D’Astico si sviluppa da sud a nord, a Est c’e’ l’altopiano di Asiago a Ovest il massiccio del Pasubio e l’altopiano della Folgaria. Scenario tipico delle valli prealpine. Ti apre la via verso Trento, e’ cio’ che dovrebbe fare la continuazione dell’autostrada, fiancheggiare il fiume in uno scenario mozzafiato di vette e costoni.

Il fiume Astico divide una valle, una cultura e un mio modo di vedere le cose. A destra Asiago a sinistra Tonezza. Tonezza del Cimone, cosi’ si chiama un paese di 600 anime che si pone geograficamente ad Ovest della piu’ conosciuta Asiago. L’autostrada ti porta ad Asiago ma ti porterebbe anche a Tonezza, nessuno lo dice. Uscendo dal casello la direzione principale e’ Asiago ma se leggi tutti i cartelli fino in fondo vedi anche l’indicazione per Tonezza. Una sorta di cenerentola, da sempre. Me lo immagino io Rumor che dice all’autista “Ma che roba e’ questa Tonezza?”.

Avere una seconda casa ad Asiago e’ un segno di benessere, se ce l’hai puoi urlarlo ai 4 venti, sei figo. Se hai la casa a Tonezza e’ meglio che lo tieni per te, regalala a chi ti sta di piu’ sulle palle. Non e’ cool, sei uno sfigato.

Anche la natura pare abbia posto delle attenzioni diverse, poi l’uomo le ha seguite.
Il sole bacia “il costo” sempre, e’ rivolto ad Est. Il costo di Asiago e’ una salita con 10 tornanti. La strada e’ larga, perfettamente percorribile d’inverno e d’estate. Ben asfaltata, ben tenuta e con guard rail sempre in ordine. Sembra il prolungamento dell’autostrada del Valdastico. La presenza dell’autostrada e il perfetto stato di questa strada fanno davvero pensare che si sia fatto di tutto per rendere agevole il percorso per raggiungere Asiago.
Dall’altra parte della valle il sole c’e’ solo al mattino, paradossalmente ostacolato proprio dall’altopiano di Asiago. Esiste una strada che arriva a Tonezza che d’inverno pone qualche problema, e’ buia e stretta, dalla parte della montagna ci sono delle zone franose e nel suo percorso presenta qualche galleria buia e con le pareti di sasso vivo. Guard rail arrugginiti, paracarri di cemento inefficaci e l’asfalto a chiazze chiude le buche che si formano sulla strada. Percorrendo la strada non e’ difficile scrutare sull’altro versante anche quella per Asiago, da’ l’impressione di andare dalla parte sbagliata, di recarsi al posto meno convenevole. Se guadi con il cannocchiale puoi intravvedere le macchine che velocemente risalgono il costo, m’immagino pure che qualcuno abbassi il finestrino e ti faccia il segno con il dito medio a te sfigato che risali il versante rognoso.

Asiago e Tonezza. Ad Asiago ci ho passato le vacanze da bambino presso dei parenti, bei ricordi. Ad Asiago, piu’ tardi, ci ho passato interi fine settimana con gli amici, qualche discoteca, birrerie, locali e divertimenti, capodanni e cene di compleanno. Dire “andiamo ad Asiago” era come dire “Andiamo a far festa”.
A Tonezza invece ho passato le vacanze in colonia da ragazzino, tristi vacanze in stanzoni e camerate che odoravano di muffa. Due volte mi pare. La prima ero proprio piccolo, mi misero a dormire con una suora e una bambina malata che di notte respirava come Dart Fener. Alla prima occasione in cui vennero a trovarmi i miei genitori mi attaccai ad un braccio di mio padre e lo convinsi a riportarmi a casa. Ero terrorizzato solo a pensare di stare li’ un altro giorno. Al ritorno mi fermai per pisciare e lo volli fare tenendo per mano mia madre perche’ temevo che mi abbandonasse li’, a Tonezza.
La seconda esperienza fu in una colonia che era un ex-lager. Colonia Alpina Umberto I. Uno dei pochi campi di concentramento in Italia della seconda guerra mondiale, fu adibito ad essere una colonia per bambini successivamente. Ci andai in circostanze da raccontare.
Io ho frequentato l’istituto dei Padri Giuseppini, per accedere a questa scuola dovevi passare 2 settimane in questo ex lager, in compagnia di altri ragazzini e dei Padri Giuseppini che all’occasione si trasformavano in animatori. 15 giorni di gioco-preghiera-passeggiata.
Alla fine del periodo i genitori incontravano i preti che esprimevano il loro giudizio sull’idoneita’ del loro bambino a frequentare la scuola.

Io a quel tempo ero una sorta di piccolo Germano Mosconi, in assenza di telecamere avevo un linguaggio colorito ma quando la lucina rossa “On Air” si accendeva sapevo comportarmi. Questo grazie ad una forte dose di consapevolezza che mi distingueva un po’ dagli altri. Oltre alla bestemmia e parolaccia facile non avevo altre controindicazioni, ero mite, giocavo poco, pensavo molto e se mi volevo divertire cercavo i miei coetanei meno accettati dagli altri. Mi piaceva complicarmi la vita insomma. La ricetta conteneva i giusti ingredienti, in colonia registro’ un certo successo e il clero decidente del caso mi aggiudico’ a pieni voti l’accesso alla scuola media dei Padri Giuseppini.

Dopo questa esperienza al lager, a Tonezza non ci tornai piu’ per molti anni. Se ci pensavo la vedevo come una citta’ fantasma.
Solo qualche anno fa cominciai ad incuriosirmi e fare qualche puntatina domenicale timida a Tonezza.
Il lager non c’e’ piu’, e’ stato completamente ristrutturato, ora e’ una scuola alberghiera con tanto di appartamenti annessi. Nonostante questo Tonezza e’ cambiata poco, un’anziano ci sguazzerebbe, un giovane s’impiccherebbe e un uomo come me guarderebbe il posto con diffidenza ma con il dovuto interesse. La colonia della suora e Dart Fenner e’ una casina sempre chiusa, tutta verde con i balconi rossi, il tutto giustamente scolorito dal tempo. Pare quasi che la suora e Dart Fenner abitino ancora la’ dentro.

Eppure c’e’ qualcosa di strano quando vado a Tonezza, mi giro, vedo un posto e mi ricordo qualcosa. Mi sforzo e non mi viene, poi proprio quando non ci penso mi salta fuori un ricordo. Il posto non e’ un granche’ cambiato, un’immagine, una casa, un sentiero che esce sulla strada si trasformano in complici e la mente ti visualizza un ricordo.
Ci andai anche l’anno scorso con mia moglie e il cane, prendemmo una strada in salita che zigzaggava in mezzo a un bosco. Era piacevole ma non finiva piu’ e pensai di tornare indietro a prendere la macchina per capire dove arrivava.
Ripresi la via attrezzato con il motore e arrivai dove la strada finiva.
Ero nel monte Cimone. Ad un tratto si apri’ un corridoio di ricordi. Ci andavo in passeggiata quando ero al lager. Cavolo se me lo ricordo!
A volte e’ cosi’ incredibile, la nostra mente cela dei ricordi, sono li’, latenti, non hanno una maniglia o una corda, non hanno niente per poterli andare a recuperare, Ad un tratto basta un’immagine e il ricordo pare farsi spazio tra migliaia di altri ricordi e di anni passati. Diventano importanti, chiedono di essere protagonisti. Credo che il cervello abbia delle risorse misurate, per ogni spazio ceduto ad un  ricordo o un ragionamento di sicuro qualcosa ne paga le spese. Il Monte Cimone reclamava il proprio spazio in quel momento. Era un ricordo irruente e prioritario che spingeva le cazzate in luoghi meno importanti.

Monte Cimone. Vogliamo vedere cosa si nasconde dietro a questo nome che francamente mi sembra un po’ banale, il gioco tra montagna-cima-cimone (1226 metri… capirai) mi sembra fuori luogo.
Ok, copio e incollo da un sito e facciamo prima:
Il Cimone è la vetta più alta di un sistema montuoso che scende verso sud in direzione di Arsiero. Durante la Grande Guerra con la Quota Neutra e il monte Cavioio, il Cimone era parte di un imponente sistema difensivo e di comunicazione per l’esercito italiano. Lo sapevano naturalmente anche gli austriaci, e proprio lì, infatti, il 23 settembre 1916 i soldati dell’imperatore fecero brillare una mina che tra morti, feriti, dispersi e successivi prigionieri, provocò la perdita di oltre 1.100 uomini tra ufficiali e soldati. Per avere una vaga idea della potenza della mina esplosa, basti pensare che essa provocò un cratere di 55 metri di diametro e 22 metri di profondità.

Beh… al monte Cimone ci sono tornato ieri, con calma. Era una bella giornata ma il monte Cimone non lo sapeva, e’ un professionista a perdersi il meglio, la’ le nuvole erano basse, c’era umidita’ e almeno 6-7 gradi in meno di Asiago. Il Monte Cimone sta a 1230 metri, ma sembra che siano di piu’. Allungo il passo nel bosco, passo di chi pensa di sapere di certo dove sta’ andando ma in realta’ non ne e’ sicuro. Per le piante circostanti l’autunno e’ arrivato da un pezzo, per terra un continuo tappeto di foglie morte, sembra che siano li’ da sempre.
La Bolgia delle streghe. Lo stanziamento delle truppe austriache scorge a sinistra del sentiero. Praticamente una ramificazione di trincee, coperte da foglie e sedimenti degli anni. Tutto sembra abbastanza normale, da queste parti vedere trincee, lapidi grigie, gallerie e’ abbastanza consueto. Ormai non gliene frega niente piu’ a nessuno, la grande guerra e’ un fischio lontano, sono passati cento anni, cento anni di ragionamenti, cento anni di ciclo evolutivo culturale che ci ha portato a dire che niente serve a un cazzo di niente. Leggi una frase su una lapide e non riesci a capire perche’ mai possa succedere una cosa, diventa piu’ comprensibile una puntata di star trek che il significato di un gesto passato in questo posto.
Guardo le trincee, le vedo finte e al massimo ci vedrei l’uomo di neanderthal con la mazza che ci si nasconde dentro, non riesco a percepire un lasso di tempo di soli 100 anni. Oppure e’ proprio cosi’, 100 anni sono davvero tanti. Sono un coglione io o lo e’ stato questo giovane morto 100 anni fa? Quando c’e’ stata l’inversione di tendenza? e’ stata progressiva o e’ stata improvvisa?

Lascio la Bolgia delle Streghe e mi avvio verso la cima, verso il Cimone. Mi accompagnano la staccionata, i cartelli, i gradini scolpiti la’ dove il terreno si fa impervio. Sembra che da un momento all’altro una maschera con la pila spunti fuori e mi chieda il biglietto per accompagnarmi a sedermi. Avanzo, le nuvole non hanno mai smesso di attraversarmi. Arrivo, non c’e’ nessuno, sembra un palco sgombro.

Mi guardo intorno, cerco di immaginare Soldati che vivono e muoiono in quegli anfratti di roccia ma mi accorgo che non puo’ essere cosi’, non puoi immaginarti nulla. Questo posto non era cosi’, la mina ha spianato tutto, non c’e’ un cazzo di niente di quello che c’era. E’ rocambolato tutto per aria, poi e’ ricaduto. Il sotto e il sopra si sono invertiti, molto sara’ frenato, altro sara’ stato rimosso. Mi guardo intorno, ci sono solo nuvole, e’ surreale, e’ un posto mai esistito, sembra quasi che le nuvole stesse te lo dicano, sembra quasi che da un momento all’altro debba risuccedere. Non c’e’ nulla al suo posto, Dio ha rimescolato le carte, le ha schiacciate sul tavolo e ha ricreato una situazione. Se non fosse che in mezzo quelle carte ci siano tanti uomini lo avrei trovato anche un gioco divertente. Cosi’ no, cosi’ resta il Dio di sempre, quello bestemmiato dagli uomini che beffardo si diverte a innescare un gioco dove ad ogni tiro c’e’ uno spreco di vite.
Siamo in vetta, in teoria dovrei vedere la pianura, le valli circostanti. Nulla, nulla di nulla. Solo nuvole e nebbia. Sembra di essere in una nuvola in mezzo alle nuvole. Se fossi adesso con elmetto e un cannone non saprei a chi sparare. Qui non c’e’ nessuno a cui sparare.

Passa una nuvola densa, velocemente e lascia li’ il monumento. Una gradinata infinita lo raggiunge. Penso se abbia senso una costruzione del genere ma in effetti, se non ci fosse, le nuvole sarebbero le uniche a commemorare il momento e il luogo. E’ giusto allora che ci sia, e’ una costruzione alta, raggiunta da una scalinata, brutta e primitiva. C’e’ una pietra in mezzo, forse una delle tante carambolata durante lo scoppio. Di cripte con le ossa non se ne vedono, le ossa dei soldati sono state inghiottite dalla terra, sono sotto, dove devono stare. Un paio di corone  funebri vecchie e rinsecchite ti fanno capire che a qualcuno ogni tanto scatta l’interrupt del ricordo e viene li’ a lasciare il segno.

Le nuvole sono nebbia, le respiri col naso profondamente, pizzicano i polmoni come il fumo delle Marlboro al mattino.
Giro un po’, faccio qualche foto con fare foto.cazzo.amatoriale proprio di chi non vive il momento per il momento stesso ma lo vive per riportarlo.

Tolgo il disturbo a quella luce immensa creata dalla nebbia e mi avvio verso la Bolgia delle Streghe. Nella strada del ritorno.