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Una giornata a Gharda, per esempio

Caro Baires,

Non ti maciullero’ le balle con il solito fatto che in qTp non vedo foto ma tanti pixel conditi, tutto sommato non mi posso lamentare di un problema che ormai e’ generale in tutti i forum fotografici.
Rischierei di diventare troppo noioso e antipatico.
Questa volta vorrei essere piu’ specifico anche se comunque non sara’ del tutto nuovo cio’ che andro’ a esporre.

Ovviamente sara’ l’ennesima sega mentale ma la mia formazione tecnica mi induce da sempre a dare un senso anche all’arte dell’espressione e quindi alla fotografia. Capisco benissimo che stiamo parlando di un argomento da accettare senza ragionarci troppo, come un credo, come una fede.

Mi tuffo comunque in un’ intrigosa giungla di ragioni per dare un motivo e una conseguente chiave di volta alla poverta’ di idee e di nuovi spunti che mancano in questo periodo ormai lungo.
Assunto che i pixel conditi sono una conseguenza, si cercano le ragioni. Se non e’ chiaro cosa intendo per pixel conditi scendo di 12 livelli morali per descrivere l’esempio della giovinetta poco prosperosa che si gonfia le tette. Noi giochiamo con i preset e gli effetti speciali per far diventare interessante cio’ che non lo e’. Alla fine quello che ci rimane non e’ altro che una manciata di pixel conditi.
Ora ritengo spiegato il concetto dei pixel conditi.
Naturalmente non parlo delle casistiche in cui si e’ condito cio’ che non era da condire, solo per il fatto che non si distingue quello che merita. Li reputo incidenti comparabili solo alla classica cancellazione accidentale di un buon scatto. Stessa cosa.

Per poter scovare le ragioni della carenza di spunti cerco di calarmi nelle vesti del fotoamatore classico, naturalmente lo sforzo e’ pari a zero in quanto lo sono gia’. Lo sforzo sara’ quello di descriverlo.

Mi vedo prendere la macchina fotografica con batteria carica e compactflash scarica. Il mio “giro in giro” fungera’ da vaso comunicante che svuotera’ la batteria producendo i pixel che riempiranno la compactflash.
La sicurezza tecnica e morale che questo travaso funzionera’ e’ la mia prima e unica certezza. Per il resto, buio completo. La testa resta vuota per parcheggiarci l’idea di dove geograficamente dovro’ recarmi.
Le mete, purtroppo, vanno a braccetto con le possibilita’. Sempre poche e sempre le solite.
Ecco che con tutti i neuroni apparentemente indaffarati esco per raggiungere il paese di turno. Lo chiamero’ Gharda ma non e’ importante tanto i posti scontati sono sempre quelli.

Il cervello asciutto accompagna uomo e macchina fotografica, a Gharda naturalmente ci si arriva in auto, con l’aria condizionata e la camicia fresca di stiro. Guai a sforzarsi fisicamente nel fare qualcosa di piu’. La stanchezza gia’ potrebbe alterare il morale che per una giornata fotografica deve essere integro, lucido e smagliante.
Bello Gharda. Baires, ci sei stato anche tu sicuramente.
Accendo la macchina fotografica d’istinto perche’ mi si presenta uno struggente scenario cosi’ composto: lago sullo sfondo, panchina, vecchina di spalle seduta che guarda l’orizzonte.
Click!
Fatto il mio dovere. Panchina sui terzi in basso a sinistra, vecchina sul bordo. Leggermente contro luce. Con lightroom, dopo, faccio il resto. Un orgasmo alla Giulioforti.
Guardo la foto sul display. La intitolo “pensieri”. Per aumentare il pathos, nel momento in cui la posto su qTp, dovro’ immaginare pure che la vecchina sia morta di dolore subito dopo, schiattata senza male fisico ma con un angoscia e una solitudine agghiacciante. Mollata da tutti i nipoti egoisti che l’hanno scippata dall’ultimo uso frutto con un inganno bestiale. Quest’ultima cosa mi suggerira’ pure le curve da impostare su lightroom.
Soddisfatto!
Nello scorrere di questi pensieri nessuno dei miei neuroni scorge che ce ne e’ uno (sicuramente di sinistra) che ipotizza che la vecchina non stia proprio cosi’ male. Magari non ha mai mosso un peso in tutta la sua lussuosa vita ed e’ li’ precisamente perche’ si e’ annoiata di stare nella sua sontuosa villa localizzata qualche centinaio di metri piu’ in la’, in riva al lago.
E’ alla fine politica del suo terzo matrimonio e domani partira’ per la giamaica per la sua quarta esperienza di turismo sessuale.
Ma dobbiamo fregarcene perche’ il mio film da proiettare in qTp ormai l’ho fatto.
Proseguo la mia caccia fotografica.

Arrivo di fronte un bar, carino. Il suo nome scintilla in un’insegna di ferro battuto. “Due cuori e una capanna” contornato da due cuoricini rossi.
Finche’ cerco di immaginare il nuovo film inserisco il tele luminoso, ho gia’ deciso che l’insegna va sfuocata quel tanto che basta per poterla ancora leggere.
Colpo di culo pari ad un ambo al lotto: arriva una coppietta e si siede ad un tavolino all’esterno del locale.
E’ quasi fatta.
Si siedono uno di fronte all’altro. Lei porge la mano a lui e iniziano a parlare, proiettando ombre come fossero ricami.
Affaccio l’occhio sul mirino e compongo la scena curvando la schiena. Messa a fuoco sui due testoni, luminosita’ a paletta, composizione con cartello in alto a sinistra.
Click!
Altro colpo grosso. Grossissimo se pensiamo che non serve neppure il titolo.
“Due cuori e una capanna”.
Che senso ha? non lo so, ma ci sta.
Neuroni contenti ma con qualche preoccupazione per la carie perche’ senza dubbio la componente mielosa questa volta raggiunge apici inimagginabili.
Il solito neurone sempre piu’ escluso dal gruppo pensa allo spreco di miele e che una carie potrebbe essere il male minore, esiste anche il diabete con le sue crisi ipoglicemiche. Il neurone pensa che tutto sommato puo’ essere andata diversamente: lei ha portato li’ il suo partner per dirgli che la storia e’ finita in quanto lei si e’ innamorata del rappresentante della Bofrost. Questo fatto, a lui, procurera’ uno schock tale che stasera si buttera’ nel punto piu’ profondo del lago, con un peso al piede e la foto di lei nella tasca della giacca.
Ma alla mia fotografia tutto cio’ non interessa e quando la postero’ su qTp tutti i dentisti si fregheranno le mani e l’utente di turno folgorato dallo sfuocato mi chiedera’ che lente ho usato.

Da li’ prosegue la serie di foto: il passero, le persone che fanno footing (rigorosamente da dietro), la barca a vela, la paperella che si frega il pezzo di pane e il sole che tramonta.
Rispettivamente intitolate:
1- “solitario”
2- “verso il traguardo”
3- “Navigando”
4- “Questo e mio!”
5- “il giorno che finisce” (in forte concorrenza con “domani e’ una altro giorno”)

Caccia grossa.
Il neurone sinistroide non parla gia’ da tempo, se potesse uscirebbe da un orecchio e si butterebbe nel lago assieme al povero ragazzo scaricato dal cuore “surgelato” del proprio amore.

A casa, tempo 10 minuti per ricreare lo stato d’animo e relativi palinsesti emozionali e poi ecco creata la serie.
qTp. Commenti degli utenti. Fine.

Bene Baires, ho ricostruito tutto, i panni li ho messi e tutto mi e’ piu’ chiaro. A parte tutta la foppa raccattata nel viaggio ti dico che non c’era scelta, ero fregato gia’ in partenza.
Forse ho capito.
La carenza di idee e’ dovuta al fatto che oggi troppa gente e’ andata a Gharda e troppa gente non ha pensato prima di partire.
A Gharda, una coppietta, una vecchina, un passero lo troverai sempre. E perfino un fottuto di un fotografo con un tele luminoso che continua ad ignorare il suo unico neurone funzionante.
Il problema e’ quello, non ho dubbi. Bisogna pensare, leggere, capire. Adoperare il tempo, tanto tempo, per capire dove puo’ nascere una foto buona e soprattutto volerla fare. Quasi come decidere il giorno prima come sara’ un figlio che concepisci oggi, senza affidarsi al fatto che qualsiasi creatura venga va bene lo stesso.
Di Gharda dovremmo averci fatto un’idea prima di partire, con google, con wikipedia, con un libro di geografia, con un libro di storia, con un giornale…
E poi Gharda andrebbe raggiunta in un giorno in cui c’hai il mal di testa a forza di pensare che cosa potrai farci di fotografico, andrebbe raggiunta a piedi oppure in macchina solo a patto che si buchi una ruota per strada. Perche’ Gharda va amata, sudata, odiata.
Con l’obbligo di pochi scatti perche’ la batteria e’ quasi scarica.
Le foto dovranno raffigurare la nostra presenza a Gharda.
La vecchina andrebbe avvicinata anzi dovremmo essere noi stessi la vecchina, guardare il lago e vedere cio’ che lei vede veramente, sentire l’amore, l’odio e l’indifferenza per poi rappresentarli. Scattare senza film in testa, componendo un pensiero vero che sia il nostro e non quello da far credere. Scartando e promuovendo i vari progetti fatti per quella giornata. Scartare la bella storia e rappresentare cio’ che e’ plausibile. Alla fine la giornata dovra’ assumere quello smalto necessario per poter dire che stata una bellissima o schifosissima giornata.
Allora, forse, alla sera potremmo difenderci dalla tentazione dei pixel conditi. Salvando quella foto tecnicamente sbagliata ma che dice molto della nostra giornata a Gharda.

E poi sai cosa?
Una volta andati a Gharda, soprattutto, non dovremmo ritornarci.

PS
Quand’e’ che andiamo a Gharda?